Per Pessina la domanda da porsi è: "Eluana avrebbe voluto morire così?"

“Tutti, compreso il tribunale si sono chiesti se Eluana avrebbe voluto vivere così, mentre la vera domanda è: avrebbe voluto morire così? La ricostruzione, oltre a un errore intrinseco, di metodo, ne commette anche uno di contenuto, cioè tralascia ogni riferimento al retroterra cattolico di Eluana, un fatto che mi pare abbia più valore delle affermazioni sulle quali si sono basati i giudici”.
16 LUG 08
Ultimo aggiornamento: 06:16 | 22 AGO 20
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Che il legame necessario tra vita e coscienza sia una vulgata, un pensiero dominante, è dimostrato dal caso di Eluana Englaro, la ragazza che a causa di uno stato di incoscienza pare non meriti di vivere. Un assunto avallato di fatto dalla sentenza del tribunale di Milano che ha concesso la sospensione degli alimenti che la tengono in vita. Sul rapporto tra vita e coscienza Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano, spiega al Foglio.it che “non è vero che l’assenza di coscienza è incompatibile con la vita. Nel dibattito prevale un’idea superficiale della coscienza, ridotta al semplice aspetto relazionale”. Eppure Eluana non reagisce agli stimoli, non comunica, non si nutre se non con un sondino nasogastrico: qual è il valore da salvare? “Il valore della persona sta nella sua identità, e l’identità è un dato di fatto che precede la coscienza. La coscienza opera il riconoscimento dell’identità, non la istituisce. L’offuscamento della coscienza è un’esperienza comune, e non parlo solo della malattia, del caso estremo, ma anche, ad esempio, del sonno”.
La sentenza del tribunale di Milano contiene punti oscuri e controversie. Obiezioni di marca liberale sono piovute sulla presunzione della volontà di Eluana, che, ancora sana, non avrebbe voluto vivere in queste condizioni. “Tutti – continua Pessina –, compreso il tribunale si sono chiesti se Eluana avrebbe voluto vivere così, mentre la vera domanda è: avrebbe voluto morire così? La ricostruzione, oltre a un errore intrinseco, di metodo, ne commette anche uno di contenuto, cioè tralascia ogni riferimento al retroterra cattolico di Eluana, un fatto che mi pare abbia più valore delle affermazioni sulle quali si sono basati i giudici”.
La coda della sentenza prevede un particolare trattamento, questo sì terapeutico, per “accompagnare” Eluana dopo l’eventuale sospensione degli alimenti. “Anche qui c’è un conflitto. E’ chiaro che l’intento è evitarle il dolore, ma come si può parlare di eventuali trattamenti per accompagnarla alla morte senza dolore, quando si è già stabilito che lei è incosciente? Se non ha coscienza non può avere sofferenza”. La decisione dei giudici rischia di indurre un nuovo modello teorico: “Proprio questo mi spaventa – spiega Pessina –, la sentenza vuole introdurre un’impostazione antropologica che lo stato laico, proprio perché laico e non confessionale, non può permettersi. Una sentenza del genere avalla una discriminazione: Eluana non ha diritto ad essere alimentata. La tutela della vita, invece, è laica proprio perché non risponde ad un’idea pregiudizialmente contenutistica. Non si è vivi, e quindi titolari di diritti, solo a certe condizioni, solo se si ottempera a un’idea qualitativa della vita. Lo stato laico dovrebbe tutelare la vita in quanto dato di fatto inconfutabile”.